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Negli ultimi 3 anni, più di 2000 imprenditori di Tmall (天貓) e JD.com (京东) hanno ricevuto notifiche di evasione fiscale da parte della Chinese Tax Authority, il che ha scatenato il panico tra i proprietari di e-commerce e ha aperto il vaso di Pandora che era stato ignorato per anni.

Zāng Jiànwén, studioso di finanza pubblica ci ha comunicato che, nonostante la maggior parte delle fatture siano digitalizzate, esse non siano richieste dai consumatori se non per richiedere rimborsi spese. Per molti anni, un’alta percentuale dei guadagni dei siti e-commerce è derivata dall’evasione stessa. Il fulcro dell’evasione veniva gestito dai proprietari dei siti che acquistavano e rivendevano prodotti esentasse per massimizzare i profitti. Un altra pratica comune è la 刷单 (Shuā dān): la creazione di false transazioni e false review. I nuovi e-commerce hanno adottato la pratica per aumentare l’exposure e guadagnare punti nei ranking. Queste transazioni contraffatte erano per loro natura indistinguibili da quelle legittime per i sistemi della Chinese Tax Authority, rallentando ed intralciando così le indagini.

L’era di queste pratiche è ora giunta al termine, a seguito della dichiarazione dell’Authority.

A seguito delle indagini, per vari siti di e-commerce sono state rinvenute irregolarità fra guadagni effettivi e dichiarati. Oltre a dover immediatamente sospendere la pratica, l’Authority ha obbligato i proprietari incriminati il risarcimento delle tasse sull’intera somma precedentemente non dichiarata, pena l’introduzione di ulteriori sanzioni. A causa di supervisioni e regolamentazioni poco restringenti, le pratiche di evasione fiscale sono diventate, nel corso del tempo, parte attiva del business model di parecchi negozi, palesando come questo modus operandi sia frutto di un problema sistematico alla base dell’introduzione degli stessi. Per questa ragione, l’opinione pubblica riguardo la dichiarazione dell’Authority si divide in 2 filoni di pensiero. Da un lato, c’è chi pensa che dopo anni di evasione generalizzata non sia possibile richiedere un risarcimento completo immediato. D’altra parte, chi invece è impiegato in settori più tradizionali, ritiene che sia giusto porre una fine netta al fenomeno e regolarizzare ogni pratica, così come è già stato fatto da tempo in tutte le altre industrie.

La “Legge sull’e-commerce” (电商法), che regolamenta le questioni fiscali dell’ambito, è entrata in vigore a Gennaio 2019 indicando una serie di regole a cui i proprietari di negozi sulle piattaforme di TaoBao e JD.com avrebbero dovuto aderire,  fornendo al contempo una base legale per permettere controlli fiscali nell’ambito e-commerce. Zāng Jiànwén indica come l’introduzione della legge sarebbe potuta essere il primo grande passo avanti nella lotta alla concorrenza sleale fra negozi fisici ed e-commerce, ma i modi in cui è stata scritta e in cui verrà applicata potrebbero comportare un impatto negativo troppo forte sull’intero settore.

Per lungo periodo, a livello legislativo ed esecutivo, vi è stata la tendenza a chiudere un occhio sull’economia virtuale, cosa che ha fatto sì che si creassero delle zone grigie per quanto riguarda il tax risk. Facendo luce su queste questioni, il business e-commerce potrebbe risentirne in maniera consistente, punendo in maniera ingiusta anche chi non se lo meriterebbe.

Nel breve periodo, il passaggio ad una linea dura porterebbe sicuramente sanzioni a chi ha avuto comportamenti irregolari, abbassando al contempo il GMV ed incrementando i costi dei prodotti. Nel lungo periodo, l’introduzione di questa legge comporta la fine dell’era del Far West digitale cinese.